Tanta è la violenza, la rabbia e l’adrenalina messe in campo in “Safe house – Nessuno è al sicuro”, un action-movie che non lascia un attimo di respiro. Ad unirsi al talento visivo del regista Daniel Espinosa (“Snabba cash”) troviamo collaboratori tecnici come il direttore della fotografia Oliver Wood e il montatore Richard Pearson (entrambi hanno lavorato con Paul Greengrass, a dimostrazione del fatto che una similitudine con la saga di Jason Bourne è più che plausibile). Sceneggiato da David Guggenheim, “Safe house” è un’arma a doppio taglio: rompe, corrode, sfianca letteralmente, avvincendo lo spettatore attraverso mosse di regia anche inusuali, ma che finiscono per inciampare sull’ostile eroismo-tuttofare dei personaggi principali che contraddistingue gran parte dei prodotti action.Il paradosso all’interno del rocambolesco arriva così a prendere il sopravvento, anche se si finisce comunque per credere a tutto quello che si vede: fuoco, pallottole, mega-incidenti stradali, vetri penetranti, cazzotti macellanti; niente di tutto ciò può scalfire le loro indistruttibili corazze. Serve a poco lasciar esplodere la rabbia producendo una violenza traumatizzante, se la coerenza poi viene meno. Si apprezzano il marchio stilistico, il messaggio finale, la quasi-fuga, le ostilità sempre aperte e mai sopite, il gioco a rimpiattino come unica soluzione possibile; si apprezzano quindi si accettano, in parte, soprattutto grazie alla confezione ai limiti dell’impeccabile. Espinosa si documenta e si vede, il protagonista Denzel Washington ne segue il passo inglobando gli affiancamenti del mestiere. Due rapidi e sicuri professionisti che potrebbero bastare; eppure la coppia Guggenheim / Espinosa tende a semplificare l’intrigo spionistico. Spesso i film di genere possono essere molto più politici di quelli dichiarati, super-ideologizzati e retorici; il film di Espinosa è indubbiamente politico nelle viscere strutturali e portanti, al di fuori delle ideologie.
Il Tobin di Denzel Washington è un personaggio pieno di sfumature (una delle interpretazioni più strabilianti del grande attore), nervoso e deciso, un po’ come il giovane Matt (cresce in maturità espressiva il trentacinquenne Ryan Reynolds), ma la differenza con gli altri la fa l’esperienza. Sam Shepard gestisce egregiamente il suo apporto “signorile” da vice-direttore delle operazioni della CIA; Brendan Gleeson, nei panni del “case officer” David Barlow, si muove “pachidermo” retrostante; Vera Farmiga nel ruolo di Catherine Linklater, capo-dipartimento della CIA, dirige con perseveranza e disappunto, nelle difficoltà della non-trasparenza; mentre gli altri tentano di sopravvivere come meglio possono. A Cape Town non c’è un solo capo: in troppi vorrebbero comandare, perché chi comanda veramente detiene il potere e non risiede di certo in Sud Africa, né è vedibile o rintracciabile in America (la Linklater della Farmiga ne è un puntino). “Safe house” si è accattivato le grazie del pubblico con il suo ritmo e con la spietatezza dei suoi “eroi”. C’è tanto cinema hollywoodiano in questo, ma di quello solido.
Voto dell'autore 3.8/5

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