C’è qualcosa di maledettamente tragicomico e retrò in un film che comincia con la scelta sfortunata di un protagonista in fuga. Sarà forse quella nota un po’ dark un po’ blues tipica degli action movie anni ’80, con le loro auto ammaccate e tuttavia ancora in grado di saltare da un ponte mobile all’altro come la Dodge di Jake & Elwood, ma “Viaggio in paradiso” di Adrian Grunberg sembra voler rigiocare con una certa grazia e una bella sfrontatezza sulle tematiche che furono care alle commedie d’azione vecchio stile, unendo black humor e drammi da sparatorie nella più tipica delle maniere.Scritto a sei mani da Mel Gibson e co-sceneggiatori (Adrian Grunberg e Stacy Perskie), prodotto e interpretato dallo stesso attore che ci regalò i personaggi di Martin Riggs nella serie “Arma letale” e di Rick Jarmin in “Due nel mirino”, “Get the Gringo” – questo il titolo originale e maggiormente emblematico della pellicola – se la cava abbastanza bene grazie alla padronanza con cui mescola passato e presente ad una trama solida e intuitiva, che ci porta sin dall’inizio a simpatizzare con il provetto antieroe della situazione. Se c’è una cosa che riesce particolarmente bene a questo Gibson nel film, difatti, è proprio quella di trascinarci giù con lui nel buco messicano in cui viene rinchiuso, tra rapide estorsioni e altre trovate d’ingegno per poterne uscire vivo, ma prim’ancora quella di farci tuffare nei suoi pensieri dal primissimo istante in cui facciamo la sua conoscenza. La prima scena, d’altronde, resta memorabile: lui e il suo compagno di rapina indossano una maschera da clown, il primo schiaccia il piede sull’acceleratore mentre la pancia della vettura svetta a duecento all’ora e innalza un bel polverone di terra, e il secondo sputa sangue sul borsone di soldi incastrato tra due sedili. Un paio di minuti, magari tre, che annunciano il piccolo grande esperimento di attore e regista, e non è probabilmente un caso se a orchestrare il tutto è l’esordiente Adrian Grunberg, ex aiuto regista di “Traffic”, “Man on fire”, “Apocalypto” e “Fuori controllo”, nonché affezionato assistente dello stesso Mel Gibson.
Sparatorie, incendi, mano leste e delinquenti d’ogni tipo sono tutto ciò che si può trovare a “El Pueblito”, in perfetta tradizione messicana secondo i film di Sam Peckinpah o i romanzi di Edward Bunker, in una storia brillante e funzionale che non lascia l’amaro in bocca ma che anzi ci regala un’oretta e mezza molto ben spese. Il personaggio di Driver, scatenato e neo-romantico come da copione, è un ritrovato Mel Gibson che, agile e smagrito, si presta meglio di prima al genere d’azione, con una profondità di sguardo e un occhietto sempre lucido e divertito che tradiscono, forse, un leggero sentore di piacere nel calarsi ex novo in una parte a lui cara. Dopotutto, “un tipo con un allineamento karmico” come il suo “non può che passare per qualche buca”.
Voto dell'autore 3.5/5

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Recensione musicata -
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