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La nostra intervista con Roan Johnson, regista del film “I primi della lista”

Curiosità

Molto apprezzato dalla critica all’ultima edizione del Festival di Roma e distribuito nelle sale italiane lo scorso novembre, I primi della lista è stata una delle piccole sorprese della stagione cinematografica. Il film, che vede protagonista l’attore Claudio Santamaria accanto agli esordienti Francesco Turbanti e Paolo Cioni, è ambientato a Pisa nel 1970 e racconta con toni ironici e una punta di malinconia la storia di tre giovani musicisti, coinvolti in una bizzarra avventura on-the-road nel tentativo di raggiungere il confine con l’Austria.

A firmare la regia e la sceneggiatura de I primi della lista è Roan Johnson, pisano nato a Londra e con un lungo curriculum di sceneggiatore per il cinema e la televisione, che stasera alle ore 21,00, insieme a Claudio Santamaria e Paolo Cioni, introdurrà una proiezione di questo suo primo lungometraggio da regista al Kino, al Parco San Sebastiano a Roma, nell’ambito della rassegna Roma Vintage Village; per l’occasione verrà presentato al pubblico anche il Dvd de I primi della lista, appena edito da Cecchi Gori Home Video. In attesa della proiezione di stasera, la redazione di Filmedvd ha avuto il grande piacere di intervistare il regista Roan Johnson, con il quale abbiamo parlato de I primi della lista, della sua attività di scrittore (è autore del romanzo Prove di felicità a Roma Est), dell’esperienza fra cinema e televisione e dei suoi progetti futuri.

 

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Roan, puoi raccontarci come è iniziato il tuo percorso professionale nel cinema e nella televisione?

La svolta è arrivata grazie al Centro Sperimentale di Cinematografia, al quale mi sono iscritto come sceneggiatore per seguire la mia passione: avevo iniziato a scrivere fin dai tempi della scuola. Frequentando il Centro Sperimentale di Cinematografia ho avuto la possibilità di cominciare a lavorare: il mio soggetto per il film Ora o mai più è arrivato finalista al premio Solinas e nel 2002 ne è stato tratto un film diretto da Lucio Pellegrini. In seguito, i tutor di quell’anno mi hanno chiamato per scrivere la sceneggiatura della serie televisiva Raccontami.

 

Come è nata la tua collaborazione con Paolo Virzì?

Nel 2006, Paolo Virzì doveva realizzare un film sul calcio: 4-4-2 – Il gioco più bello del mondo. Virzì mi aveva sempre esortato a fare il regista anziché lo sceneggiatore, e così mi ha proposto di dirigere uno degli episodi del film, Il terzo portiere, con Valerio Mastandrea. È stata una grossa responsabilità, sono arrivato alla regia in maniera un po’ ‘brutale’ e ne sono uscito quasi ‘scioccato’. Non avevamo obblighi particolari, ma da parte dei committenti si avvertiva una certa pressione, e questo generava un po’ d’ansia. Dopo quell’esperienza, per parecchio tempo sono tornato a dedicarmi alla scrittura.

 

Come hai incontrato Renzo Lulli e come è nata l’idea per la bizzarra vicenda raccontata ne I primi della lista?

Come molti altri pisani già conoscevo la storia, ma ero convinto che si trattasse di una specie di leggenda metropolitana; invece mi è arrivato un racconto scritto in prima persona di Renzo Lulli, che dopo quarant’anni aveva trovato la giusta dose di autoironia per raccontarla. Ho colto al balzo l’occasione: mi sembrava bello che una storia avesse già in sé il fattore ironico della commedia, ma contenesse anche un ritratto di un periodo storico che non era mai stato raccontato in quel modo. Era un soggetto delicato, ma con un enorme potenziale. All’inizio avevo pensato di trarne un documentario, poiché credevo che nessuno avrebbe voluto produrre un film su questo soggetto: era una commedia, ma trattava anche di argomenti difficili. Invece poi ho ottenuto la fiducia dei produttori, e nel frattempo mi era tornata la voglia di dirigere.

 

Il tuo film rappresenta con ironia un momento molto complesso della storia italiana, e mette in scena le tensioni politiche di quegli anni: in che modo ti sei documentato e cosa ti interessava in particolare di quel periodo?

Ho sempre avuto un grande interesse per gli Anni ’70: al liceo facevo parte del movimento studentesco, ho frequentato diversi centri sociali e quell’eredità culturale e politica a Pisa si sente molto, quindi partivo già avvantaggiato. Il fatto che il film trattasse il periodo immediatamente successivo ai fatti di piazza Fontana e le paure ragionevoli di un colpo di stato mi ha incuriosito e stimolato, e abbiamo svolto un lungo lavoro di ricerca al riguardo, accumulando un sacco di materiale. Il film non aveva la pretesa di raccontare tutti gli Anni ’70, è un’ambizione da cui ci siamo liberati fin dall’inizio perché avrebbe richiesto un approccio molto diverso alla narrazione. A noi interessava raccontare una storia piccola ma a suo modo significativa.

 

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Qual è il tuo bilancio di questa prima esperienza cinematografica da regista e quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato?

Il bilancio è molto positivo, anche perché ora avrei molta voglia di fare un secondo film. Il pelo nell’uovo è nella distribuzione: noi siamo usciti con sedici copie, e questo non ti permette di gestire in maniera capillare la visione del film, o neppure di sperare che le copie aumentino. I primi della lista è uscito in alcune grandi città, come Roma, Milano e Torino, dove è andato bene, e a Pisa ha registrato la stessa media di incasso di Titanic, ma nonostante questo il film non avrebbe potuto avere un altro respiro. La grande distribuzione oggi avviene tutta dentro i multisala, con una fruizione molto diversa, e le poche altre sale rimaste sono oggetto di scontro tra una galassia di film meno commerciali. Detto questo, I primi della lista sta avendo un percorso importante e una “vita” molto lunga, ha goduto di un buon passaparola e penso che quest’estate lo presenterò in mezza Italia. Il film verrà visto da più spettatori grazie ai canali offerti dalle arene, dai Dvd e della rete, che è la nuova frontiera. Il cinema oggi si trova su una linea di confine, le modalità di distribuzione stanno cambiando moltissimo: bisogna accettare la sfida e non è semplice, ma c’è la speranza di riuscire a scansare il monopolio della distribuzione.

 

A questo proposito, come giudichi l’attenzione per il cinema qui in Italia e perché in paesi come la Francia l’industria e la distribuzione cinematografica possono beneficiare di una maggiore vitalità culturale?

La Francia si appoggia su un discorso culturale ben preciso, basato sul principio di non arrendersi alla logica del profitto immediato e dell’invasione dei blockbuster, e ha delle strutture molto forti che ovviamente sono foraggiate anche da soldi pubblici. In realtà non dipende solo dai fondi: in Italia servirebbe un centro nazionale di cinema come quello francese, in grado di gestire il denaro e la produzione e di incanalare i flussi di soldi. Un organismo a capo del quale non ci fossero politici con scarsa competenza in materia, ma persone che sono dentro l’ambiente da anni e quindi detengono un grande prestigio in virtù del lavoro che svolgono: questo farebbe completamente la differenza. Noi purtroppo siamo stati abituati a farci assoggettare dagli incassi. Alcuni giorni fa ho letto un bellissimo articolo di Paolo Mereghetti, Il cinema populista, che diceva più o meno così: “Quando abbiamo iniziato a interrogarci sugli incassi di un film prima di sapere se fosse bello o brutto, è iniziato il disastro”. Oggi i giornalisti sono attirati soprattutto dal successo di un film, anziché essere loro ad influenzare lo spettatore su quali titoli siano da premiare: ci troviamo in un mondo ribaltato, in cui è il pubblico ad influenzare la critica e non viceversa. Un regista svizzero mio amico mi raccontava che nel loro paese il FUS è composto da registi, produttori e sceneggiatori, che rimangono in carica per due anni con un ricambio continuo. In Svizzera chi stabilisce i finanziamenti è una persona che gode di prestigio: se fosse così anche in Italia allora le cose cambierebbero. È una questione non semplice: si tratta di una battaglia politica da combattere anche attraverso film più piccoli e più liberi.

 

Tu hai lavorato anche per la televisione: cosa ne pensi dello stato dell’odierna fiction televisiva?

Si spera che prima o poi in televisione cambieranno le cose, ma purtroppo negli ultimi quindici anni c’è stato in Italia un duopolio all’interno del quale non si sono tentati grossi rischi. Le mie esperienze in Tv sono state abbastanza protette: per Raccontami il capo-editor era Stefano Rulli, che gode di un grande prestigio. In televisione noi ci ostiniamo a girare le fiction a ritmi rapidissimi, e al di là del discorso della censura c’è una questione anche pratica che impedisce di creare una serialità televisiva di alto livello come quella in Gran Bretagna e in America. Le cose vanno meglio su Sky, grazie a prodotti come Boris: qualcosa di originale si è visto, ma pur sempre per una nicchia di spettatori. È difficile pensare di esportare questa originalità nelle Tv di Rai e Mediaset: perfino una serie con pretese indipendenti durante il processo di realizzazione finirebbe per normalizzarsi, per vari fattori. Lo stato della Tv italiana potrebbe cambiare solo grazie a internet, alle web series, ai nuovi canali… quando queste realtà diventeranno davvero competitive, allora forse potremo assistere ad un cambiamento epocale.

 

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Per la televisione hai da poco finito di girare La teoria dei tre colpi, insieme a Gian Alfonso Pacinotti: ce ne vuoi parlare?

Io sono di Pisa come Gianni, quindi già ci consocevamo e un po’ di tempo fa mi ha chiamato per propormi di scrivere un secondo film, che avevamo deciso di girare in digitale. Abbiamo iniziato a filmare dei provini, e a un certo punto a lui è venuto in mente di realizzare insieme il promo di una possibile serie televisiva. Le immagini del film sono molto belle: Gianni è un vero pittore con la videocamera. C’è stato un certo interesse per questo promo, però ora siamo in stand-by; si tratterebbe di un enorme sforzo produttivo. Comunque è stata una bella esperienza, che ci ha permesso di provare una nuova macchina da presa digitale, lavorando con troupe più leggere e maggiore libertà e naturalezza.

 

Hai già in mente un prossimo progetto per il cinema? Hai mai pensato di portare sullo schermo il tuo romanzo, Prove di felicità a Roma Est, o preferiresti che se ne occupasse un altro regista?

Non ho pregiudiziali: se mai dovessi essere io a portare il mio libro sul grande schermo proverei ad adattarlo e a ‘tradirlo’. Al momento provo una grande ansia rispetto alla mia seconda opera, insieme ad un grande senso di responsabilità. I primi della lista mi ha portato molta gioia, la reazione del pubblico è stata positiva, quindi da un lato avverto come un debito, il peso di un’aspettativa, che a volte sfiora quasi la paranoia. Al momento ho varie idee, in pratica è come se avessi cinque o sei progetti per un film, ma sto ancora riflettendo. Però non voglio aspettare troppo: per realizzare un film ci vuole molto, dall’ideazione alla distribuzione possono passare anche due o tre anni, quindi devo sbrigarmi. Nel frattempo sto provando a finire un secondo romanzo, spero vada in porto: è un romanzo molto personale, ma per ora non voglio dire di più.

 

Tra i film usciti di recente al cinema, quali sono quelli che hai apprezzato maggiormente e che potrebbero costituire una fonte d’ispirazione per i tuoi futuri lavori?

Qui in Italia c’è una sorta di galassia di nuovi registi, anche esordienti: soprattutto quest’anno, da La-Bas – Educazione criminale a Io sono Li, è venuta alla luce una vera galassia di registi italiani molto promettenti. Ovviamente tutti quanti abbiamo come riferimento i due nuovi “fari” del cinema italiano, Paolo Sorrentino e Matteo Garrone, e a questo proposito sono curioso di vedere Reality. Sarebbe bello che Garrone e Sorrentino diventassero dei modelli in grado di ‘trainare’ tutto il resto del gruppo. Anche dall’estero di recente ho visto numerosi film di valore, poi ultimamente sono molto preso anche dalle serie televisive americane: sono un grande fan de I Soprano, Modern family e The office, e anzi mi piacerebbe realizzare una serie comica di questo tipo. I miei modelli comunque sono tanti: inoltre io amo moltissimo i film fortemente drammatici, come Il nastro bianco e Il profeta. Davvero mi piacerebbe fare di tutto, anche un dramma, ma al momento sento che la chiave stilistica che non voglio perdere è quella delle commedie e dell’ironia.

 

 


Scritto da venerdì 15 giugno 2012
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