Festival e premi

Una lezione di memorie sul cinema della memoria. Che è un pò la vita secondo Giuseppe Tornatore, o come ha provato a raccontarla oggi al folto pubblico che ha affollato le poltroncine del Teatro Kursaal. Un cinema fatto di illusioni, che “ambisce a poter rivivere attimi che sono inevitabilmente trascorsi già, nel momento in cui sono bloccati su fotogrammi che ne costituiscono un ricordo”. E’ la sua poetica, quella che snocciola con la consueta passione mentre, intervistato da Enrico Magrelli, rivive scene e storie a margine dei suoi nove film e mezzo compiuti, e delle oltre cinquanta opere arrivate ad un passo dall’essere girate o soltanto pensate, come da sua stessa ammissione. Un andirivieni piacevolissimo, fatto di aneddoti, del suo rapporto con produttori e attori, ma anche di profonde incursioni nella sua poetica, così salda e al tempo stesso così innatamente bisognosa di zigzagare tra generi e percorsi diversi, come sempre ha fatto nel raccontare le sue storie di celluloide.

Racconta del suo rapporto tutto speciale con Vittorio Cecchi Gori, che gli commissiona un film a scatola chiusa, negli anni di difficoltà creativa dopo l’Oscar di Nuovo Cinema Paradiso. Ne nasce quel gioiello semi-incompreso di Una pura formalità, che il vulcanico produttore liquiderà con un verace “Non c’ho capito un cazzo, ma è un grande film”. Un film in cui lavorò con due grandissimi del calibro di Gérard Depardieu e Roman Polanski, con i quali instaurò il suo classico rapporto mediato dal personaggio. “Ogni attore, se avverte un personaggio che lo attira, diventa spontaneamente generoso”, sintetizza Tornatore a chi gli chiede che genere di rapporto ha sul set.

E prosegue senza freni, nel raccontare di Tim Roth de La leggenda del pianista sull’oceano, che gli sembrava inspiegabilmente nervoso, finché non si rese conto, indirizzato da Ennio Morricone, che stava soffrendo terribilmente dell’incapacità di maneggiare un pianoforte. Un po’ come capitò a Philippe Noiret in Nuovo Cinema Paradiso, a cui il regista dedicò sedute di preparazione tecnica nell’arte di maneggiare la pellicola, per soddisfare le esigenze stanislavskiane del francese.

C’è spazio per il ricordo di Marcello Mastroianni, da lui diretto in Stanno tutti bene, che si fa delicato, quasi commosso. E racconta di un Mastroianni sicuramente versatile sul set e “attento alle porte lasciate aperte dal caso”, ma anche seduto in un cantuccio a studiare a punto il copione, con la sarta privata che gli leggeva le battute. Una generosa professionalità che gli ricorda molto da vicino il Sergio Castellitto diretto ne L’uomo delle stelle. Grandi nomi del cinema internazionale, ma anche tanti attori non professionisti, come da sempre ci ha abituato, o tutti da scoprire, come quella Monica Bellucci in Malena che veniva dal mondo della moda, ma seppe vincere i suoi iniziali pregiudizi sfoggiando soprattutto intelligenza e una grande voglia di imparare il cinema.

Di cinema, in due ore di dialogo gioviale e appassionato, ce n’è davvero tanto. Un Tornatore che si è raccontato con grande umanità, ma anche con quella voglia di rivendicare una “rotondità matematica” delle sue opere, in sintonia con un metodo di incubazione dei suoi soggetti che è durata, talvolta, anche decenni. L’unica strada, secondo lui, per raggiungere una capacità di scrittura semplice e gioiosa, che ha prodotto alcuni dei momenti più belli del nostro cinema. Un viaggio partito con Il camorrista del 1984 e arrivato sino a L’ultimo gattopardo, il film in anteprima nazionale in programma proprio stasera al Bifest.

 


Scritto da Massimiliano Morelli Lunedì 24 Gennaio 2011
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