Pochi giorni fa ha conquistato il Golden Globe come miglior film drammatico, e appena ieri si è aggiudicato cinque nomination per la prossima edizione degli Oscar, incluse le candidature per miglior film, regia e sceneggiatura: stiamo parlando di Paradiso amaro, il bellissimo film scritto, prodotto e diretto da Alexander Payne, già autore di alcune opere apprezzatissime da critica e pubblico come A proposito di Schmidt e Sideways. Protagonista della pellicola, nel ruolo di un padre di famiglia alle prese con un improvviso lutto, è un intenso George Clooney, premiato con il Golden Globe e grande favorito per l’Oscar come miglior attore. Questa mattina a Roma abbiamo incontrato Alexander Payne, che ci ha parlato di questo suo nuovo lavoro, in uscita in Italia il 24 febbraio.

Si aspettava le nomination all’Oscar ricevute dal film?
Non posso dire che me le aspettassi con certezza, però sicuramente avevo dei sospetti, soprattutto dopo i Golden Globe. Sono felice di ritrovarmi candidato insieme a personaggi del calibro di Terrence Malick, Martin Scorsese, Woody Allen, Steven Spielberg e Michel Hazanavicius, anche se il mio Oscar personale va al film iraniano Una separazione, che avrebbe meritato la nomination anche come miglior film.
Come mai i protagonisti dei suoi film sono molto spesso personaggi in situazioni di difficoltà o di lutto?
Da Edipo in poi, la condizione dell’essere umano è quella di ritrovarsi sempre ad affrontare situazioni difficili e drammatiche. Le opere artistiche, non solo cinematografiche, mettono sempre una persona media al centro di problemi. Mi piace far misurare i miei protagonisti con una situazione drammatica, ma che abbia anche dei risvolti comici; e sono stato fortunato a poter lavorare con grandi attori come Jack Nicholson, Paul Giamatti e George Clooney.
Come si è trovato a girare questo film alle Hawaii?
Una delle ragioni principali per cui ho accettato questo progetto è stata proprio l’ambientazione alle Hawaii. Oltre all’idea di trascorrere alcune settimane in un luogo favoloso, nel pieno rigoglio della natura, mi ha incuriosito il tessuto socio-culturale. L’unicità della tradizione culturale delle Hawaii è dovuta alla consapevolezza che ogni hawaiano ha delle proprie radici e della propria discendenza. Questo discorso vale non solo per l’alta aristocrazia bianca, alla quale appartiene il protagonista di questo film, ma anche per i nativi. Le Hawaii sono un piccolo stato a sé, molto remoto, nel mezzo dell’Oceano Pacifico; uno stato molto provinciale, ma al tempo stesso anche cosmopolita, grazie ai numerosi turisti che vi si recano ogni anno.
Cosa può dirci del suo rapporto con i grandi attori con cui ha lavorato?
Molti grandi attori sono conosciuti spesso anche per l’aspetto del gossip, per cui poi il pubblico si sorprende quando, sullo schermo, li vede fare cose molto lontane rispetto all’immaginario della star. Io stesso, mentre lavoro con loro, mi dimentico che sono delle star. Quello che cerco in questi attori è proprio una capacità legata al realismo della vita quotidiana.
Che genere di cinema predilige?
Mi piacciono i film classici e lineari, soprattutto il cinema americano fino agli Anni ‘80. Tuttavia non conta tanto il tipo di stile che un regista adotta, ma piuttosto la sincerità adoperata da un determinato regista nell’adottare uno stile oppure un altro, anche a seconda del budget che si ha a disposizione. La cosa più importante per un autore è far emergere il proprio stile con sincerità ed efficacia. La mia aspirazione per il futuro è quella di riuscire a mutare il mio stile.
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