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Dopo il resoconto della conferenza stampa con Giuliano Montaldo, regista e sceneggiatore del film L’industriale, diamo ora spazio alle parole di Piefrancesco Favino, protagonista della pellicola nel ruolo dell’imprenditore Nicola Ranieri, della sua comprimaria Carolina Crescentini, che interpreta sua moglie Laura, degli altri attori del film e del co-sceneggiatore Andrea Purgatori, che abbiamo incontrato stamattina alla Casa del Cinema di Roma. Presentato allo scorso Festival di Roma, L’industriale verrà distribuito nelle sale questo week-end.

 

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Come vi siete trovati a farvi dirigere da un regista come Giuliano Montaldo?

Pierfrancesco Favino: Io sono rimasto rapito da Giuliano fin dalla prima volta che ha cominciato a parlarmi del film. Ci siamo incontrati, mi ha offerto un caffè, poi mi ha portato in un bagno di servizio della sua casa e mi ha detto: "Alla fine del nostro lavoro tu finirai qui", perché in questo bagno lui tiene appese tutte le locandine dei suoi film.

Carolina Crescentini: La possibilità di lavorare con Giuliano è stata una gioia infinita, perché il suo set è veramente speciale. Il mio personaggio è una donna in crisi, una donna che compie anche delle azioni sbagliate perché è confusa, e in qualche modo ha fatto entrare in crisi anche me. All’inizio non capivo alcune sue azioni, ma ho dovuto smettere di giudicarla: la sua relazione con il personaggio di Gabriel è dovuta alla necessità di "essere vista". È un personaggio che mi ha lasciato delle bruciature.

Eduard Gabia: Essere diretti da un grande maestro come Montaldo è un’esperienza fondamentale, perché riesci a entrare in profondità nella conoscenza del personaggio ma anche ad abbandonarti all’istinto, sempre con la consapevolezza che dietro la macchina da presa c’è una figura che sa quali sono i meccanismi dell’interpretazione e della narrazione.

Gianni Bissaca: Io quando ero giovane già andavo a vedere i film di Giuliano Montaldo. Il personaggio di Saverio è piccolo ma interessante, e mi ha ricordato il profondo legame che esisteva una volta fra gli operai e gli industriali, e che oggi non c’è più.

Elena Di Ciocco: Questa è stata l’esperienza più bella che mi potesse capitare su un set, e lavorare con Carolina Crescentini è stato straordinario, perché abbiamo affrontato insieme il percorso emotivo dei nostri personaggi. Marcella vive di riflesso le emozioni provate da Laura.

Andrea Purgatori: Giuliano Montaldo è uno dei pochi registi che hanno rispetto per la scrittura del film, perché ha la capacità e la lungimiranza di saper accettare di andare oltre la sceneggiatura, anche migliorandola: questa è una qualità rara del nostro cinema. Giuliano è stato molto attento a recepire gli stimoli e mi ha aiutato a costruire le varie scene.

 

Qual è il valore di un film come L’industriale rispetto alla grave crisi economica in cui versa il nostro paese?

Pierfrancesco Favino: La crisi ci colpisce nelle tasche, ma ancora più gravemente nella nostra emotività. Mi ricordo di aver letto già nel 2008 degli articoletti su fabbriche che chiudevano ed imprenditori suicidi. Chi fa questo mestiere, l’attore, guarda alla vita delle persone, e a me interessa sapere cosa accade, perché questo influisce enormemente su quello che puoi sentire mentre interpreti un personaggio. Si parla ancora troppo poco di quello che accade ai giovani fra i 18 e i 25 anni, che vorrebbero cominciare a lavorare, e di quello che significa per questi ragazzi l’impossibilità di sentirsi integrati: è molto grave. Il protagonista del film usa la propria tenacia nel lavoro, ma la stessa tenacia diventa la sua condanna nella vita privata. Andrebbe fatta una riflessione su come l’aggressività venga percepita erroneamente come una virtù, e poi bisognerebbe pensare al senso di solitudine di chi si sente come se tutto il mondo fosse contro di lui. Credo che vederlo rappresentato in un film abbia un valore molto importante, e ne ho avuto la prova dalle parole di alcuni industriali che hanno visto il film.

Andrea Purgatori: Sarei molto felice se Passera e Monti andassero a vedere questo film. Se è vero che il cinema italiano riesce a raccontare il nostro paese, forse è anche vero che chi guida questo paese potrebbe ricevere una suggestione o un suggerimento dalla storia di un film; magari potrebbe aiutarli ad assumere uno sguardo più ampio, e sarebbe anche un riconoscimento per il cinema come elemento strategico nel mantenimento della cultura italiana. Nel film abbiamo cercato di mettere in scena una realtà in cui i ricchi diventano sempre più ricchi, mentre le persone precipitano nella solitudine e perdono la testa: tutto questo si vedeva benissimo anche alcuni anni fa.

 

 


Scritto da Stefano Lo Verme Martedì 10 Gennaio 2012
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