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La nostra intervista a Josè Dammert, co-protagonista di “Come non detto”

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Da venerdì prossimo sarà nelle sale di tutta Italia Come non detto, una divertente commedia che, miscelando ironia, humor ed emozione, ci propone una riflessione sul diritto alla felicità di ciascun individuo e sulla necessità di superare le proprie paure e di riuscire ad esprimere se stessi ed i propri sentimenti. Protagonista del film, diretto dall’esordiente Ivan Silvestrini, è Mattia (Josafat Vagni), un ragazzo che non trova il coraggio di rivelare ai genitori (Monica Guerritore e Ninni Bruschetta) di essere gay e di voler andare a convivere con il fidanzato Eduard. Ad interpretare il ruolo di Eduard è Josè Dammert, un giovane attore di 23 anni che, dopo aver recitato per il palcoscenico e la televisione, ora debutta al cinema proprio grazie a questo personaggio.

In occasione dell’uscita di Come non detto abbiamo incontrato di persona Josè Dammert per un’intervista sul film. Nato a Lima, in Perù, ma dotato di una perfetta padronanza dell’italiano, Josè ha lo stesso sorriso caldo e gentile del suo personaggio, Eduard, fidanzato innamoratissimo quanto ingenuo, la cui visita inaspettata indurrà Mattia a prendere la decisione più difficile della propria vita. Questa mattina, in uno storico locale del Pigneto, a Roma, abbiamo parlato a lungo con Josè a proposito della sua esperienza sul set di Come non detto, dell’importanza del messaggio veicolato dalla pellicola, del suo percorso di attore e di come, appena bambino, sia rimasto folgorato dai film di Fellini.

 

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Josè, com’è nata in te la passione per il cinema e per i film italiani?

Io sono nato in Perù e vivo in Italia da quattro anni, ma i miei bisnonni erano italiani, quindi sono molto legato all’Italia. Ho tanti ricordi della mia bisnonna, nonostante lei sia morta quando io avevo quattro anni; ricordi legati soprattutto al cinema. La mia bisnonna adorava il cinema: lei e mia nonna impazzivano per Marcello Mastroianni, quindi io a quattro anni, in Perù, già sapevo chi erano Mastroianni e Anna Magnani. La mia bisnonna aveva queste videocassette, tutte di film italiani, quindi vagamente già sentivo parlare la lingua italiana, che fra l’altro mia nonna parla molto bene; infatti adesso che lo parlo anch’io mi sta utilizzando per poter continuare a parlare italiano: ogni volta che può mi chiama o mi scrive. Sono molto legato al cinema italiano, perché per me il cinema nasce con quello italiano.

 

C’è un film in particolare che ti ha segnato in quel periodo?

Anche molto banalmente, però è stato La dolce vita. Mia nonna impazziva ogni volta che lo vedeva. Io osservavo questa bionda in questa fontana meravigliosa e mi chiedevo: “Che roba è?”. Mi ricordo che mi colpì molto quella scena in Piazza del Popolo in cui c’è Marcello in macchina, e compaiono queste signore romane che cominciano a urlare… quella scena l’ho trovata bellissima! Federico Fellini, per me che sono peruviano, era qualcosa di assolutamente lontano dalla mia esperienza, e quando sono arrivato qui e ho visto la fontana di Trevi per la prima volta ho detto: “Sono stati qua!”. Non mi sembrava vero! Io adoro Roma, è la città più bella in cui sia mai stato in vita mia, e sono fiero di vivere qui. È una città che mi ha dato delle opportunità pazzesche, e le sarò sempre grato per questo. L’Italia adesso fa parte di me, come il Perù, un paese meraviglioso che mi manca.

 

Quando hai capito di voler intraprendere la carriera d’attore?

L’amore per la recitazione è nato molto tempo fa. Mio zio faceva il fonico e mi portava con lui da quando avevo otto anni: io vedevo gli attori, la cinepresa e impazzivo. A volte lui mi copriva con mia madre per permettermi di saltare la scuola e andare con lui a veder girare; un anno ho rischiato di essere bocciato perché volevo sempre andare a vedere il set, anche se non facevo niente… al massimo ogni tanto mi facevano tenere il ciak. E quindi dopo aver conosciuto il mondo della Tv, del cinema, delle telecamere, degli attori, di cui ero innamorato perso, ho deciso di cominciare a studiare recitazione. Ho iniziato facendo spot, con mia madre come manager che mi portava a casting e provini. Già allora capivo benissimo che mi piaceva il set, era proprio il mio mondo!

 

Quanto è stata importante la tua esperienza nel teatro?

Sono entrato in contatto con una compagnia teatrale di Lima, il Club Regatas Lima, che mi ha provinato per una parte in West Side Story, con balli e canzoni… in pratica tutto quello che volevo fare nella mia vita! La compagnia era solo al suo secondo spettacolo, ma ebbe un successo pazzesco… con loro ho fatto quattro spettacoli in due anni. Adoro il teatro e adoro i musical: il fatto di cantare così, di punto in bianco, è una cosa che mi ha sempre affascinato, e ogni volta che posso lo faccio, anche se poi la gente mi guarda male! La musica è un’altra cosa che mi ha sempre riempito, e quindi per me riuscire a mischiare recitazione e musica era il top.

 

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Cosa ti ha spinto a lasciare il Perù e a trasferirti in Italia?

Dopo aver recitato in questi spettacoli ho deciso di voler fare cinema e partire per l’Italia. In Perù il cinema c’è, anche di buon livello, però è un paese che in quel periodo pensava a tutt’altro, e non vedevo per me un futuro lì. Mi dicevo: “Voglio rappresentare il Perù all’estero, voglio che la gente sappia che da questo paese esce gente che vuole portare il nome del Perù in alto”. Ho le mie radici italiane, che adoro, e quelle peruviane, che rappresentano la mia nazione, il mio tatuaggio sul cuore. Scegliere di partire è stato molto difficile, perché scegli di dire ciao a una famiglia numerosa, a tanti anni di amicizie, alle abitudini legate a un mondo… ho deciso di sconvolgere tutto quanto e di ricominciare da zero, e da solo, e non è facile. All’inizio mi sono sentito un po’ spiazzato, ma poi mi ripetevo “Devo provare, devo provare”… ed io continuo a provare.

 

Come ti sei trovato qui in Italia e quali sono stati i tuoi primi passi a livello professionale?

Quattro anni e mezzo fa sono arrivato a Bologna per studiare italiano: ho fatto un corso all’Università di Bologna dal quale sono uscito con un inglese perfetto, perché tutti i miei compagni erano stranieri. Poi però mi sono trovato a dover parlare italiano, e quindi sono stato costretto a impararlo. Ho mandato tanti curriculum, avevo diciotto anni ed ero senza esperienza, fino ad arrivare a Roma, dove ho lavorato alla reception di un albergo. Una volta qua ho trovato una scuola di recitazione e ho cominciato a studiare dizione, vincendo una borsa di studio in una scuola piccola ma nella quale ho creduto molto. Due anni fa mi è capitato di andare al Festival di Venezia; a Venezia ho conosciuto un po’ di persone che mi hanno “stravolto” la vita, incluso il mio agente.

 

Come sei arrivato al ruolo di Eduard in Come non detto?

Questo esordio al cinema non mi aspettavo che sarebbe arrivato così presto, mi ha colto un po’ di sorpresa… avevo già fatto un po’ di provini ma non ero mai stato preso, spesso a causa della lingua. Poi leggo la sceneggiatura per Come non detto e il personaggio è un trentenne muscoloso… dopo aver letto il copione mi sono guardato allo specchio, ho chiamato il mio agente e gli ho detto: “Scusate, ma mi sembra un po’ assurdo propormi per questa parte, non mi prenderanno mai!”. Comunque mi preparo per settimane per questo provino, poi incontro il regista Ivan Silvestrini, che mi invita a studiare bene il personaggio di Eduard, e al secondo provino incontro Josafat Vagni, con cui recitiamo la scena della videochiamata. A ogni mio provino ho l’ansia già quattro giorni prima, invece per la prima volta mi sono sentito tranquillo. Josafat è bravissimo, e Ivan ha una grande sensibilità e ti fa sentire a tuo agio, e questo ti aiuta a rilassarti e a rendere tutto ciò che hai studiato. Due settimane dopo faccio un ulteriore provino, dopodiché dopo altre due settimane all’improvviso mi telefona la costumista di scena e mi dice: “Josè, abbiamo bisogno di sapere le tue misure”. Neanche il tempo di dirmi che ero stato preso e già volevano le mie misure… è stato un momento molto speciale nella mia vita, una cosa che sognavo dai tempi della mia prima pubblicità.

 

Quanto hai ritrovato di te stesso nel personaggio di Eduard e come ti sei rapportato a lui?

Il personaggio di Eduard mi assomiglia per certi aspetti: anch’io quando mi innamoro agisco con la stessa sincerità e capisco la persona che ho davanti, proprio come Eduard, che è molto innamorato e farebbe qualsiasi cosa per Mattia, incluso sopportare il fatto che più di una volta sia stato nascosto e negato. Invece Eduard non mi somiglia nel fatto di essere così ingenuo: questa è una caratteristica del personaggio che soffrivo in modo assurdo, mi dicevo: “Dai, come puoi essere così scemo?”. Eduard, poverino, viene preso in giro dall’inizio alla fine del film… con me non ci riuscireste mai! Comunque il personaggio era scritto talmente bene che mi sono adattato io a lui: io volevo essere Eduard, non volevo che Eduard fosse Josè. Di me ci ho messo la spensieratezza, che considero molto importante per i giovani. Il personaggio di Mattia non riesce a essere felice; ha sempre una grande ansia addosso, e questo non è giusto perché è in una fase di crescita, e se a quest’età ti carichi di troppe ansie ti formi in un modo sbagliato, che ti porta a non vivere la vita come dovrebbe essere, perché la vita è meravigliosa.

 

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Quali aspetti ti hanno colpito maggiormente della storia raccontata in Come non detto e dei personaggi del film?

La sceneggiatura è bellissima: è sensibile, comica, drammatica, con una leggerezza che nasconde una grande profondità. Ogni personaggio ha un suo specifico modo di fare, che aiuta l’attore ad esplorarlo a fondo. La produzione, ovviamente, dopo aver visto me e Josafat insieme ha deciso che fosse più giusto che Mattia ed Eduard avessero la stessa età, in modo da creare un rapporto molto più vero, più umano, più romantico. Insieme a Josafat e a Ivan abbiamo lavorato sia sul mio personaggio sia su quello di Mattia per renderli la coppia di fidanzati più vera del mondo, la coppia più romantica, più forte, più sensibile. Volevamo arrivare a far commuovere la gente con un nostro bacio. Gli altri personaggi sono un po’ sopra le righe, vivaci, un po’ pop… Stefania è l’eterna innamorata delle cose impossibili, Giacomo è un omosessuale che non ha vissuto bene il suo coming out in famiglia, la madre di Mattia è fuori di testa e il padre è un machista. Tutti questi personaggi hanno le loro esagerazioni, ma sono molto veri e raccontano la realtà di tanta gente, anche se forse per la loro unicità è più difficile immedesimarti in loro. Invece, qualsiasi coppia eterosessuale od omosessuale si può immedesimare tranquillamente in Eduard e Mattia, perché Come non detto è una storia romantica che coinvolge tutti. Per me innamorarmi di Mattia non è stato difficile, perché riuscivo ad immedesimarmi senza problemi nel personaggio di Eduard… quando loro due si baciano, ti dimentichi che è un film che parla di omosessualità e ti accorgi che è un film che parla d’amore.

 

Secondo te, qual è il messaggio più importante che il film vuole trasmettere agli spettatori?

Ciò che il regista, lo sceneggiatore e tutti noi volevamo era arrivare al pubblico con questo messaggio: bisogna esprimere ciò che hai dentro. Tutti i personaggi hanno un “non detto”: qualcosa che abbiamo dentro e che ci vergogniamo di dire, anche senza motivo. Un omosessuale verrà anche criticato, ma non gliene deve fregare niente! Con questo film vorremmo contribuire a diffondere questa mentalità: realizzare una storia d’amore talmente vera da far realizzare alla gente che l’amore gay è vero, esiste… è pieno di problemi, come qualsiasi relazione, ma è bellissimo.

 

Il personaggio di Eduard viene dalla Spagna, un paese in cui i diritti dei gay sono riconosciuti legalmente, a differenza dell’Italia: cosa pensi del problema della discriminazione verso gli omosessuali e della mancanza di un riconoscimento dei loro diritti?

Ho tantissimi amici spagnoli, anche gay, che mi hanno raccontato la loro esperienza. La Spagna è un paese dove l’omosessualità è accettata legalmente… poi ovviamente la descriminazione esiste per ogni cosa in ogni parte del mondo. Però non è vero che i gay in Italia non siano accettati, pensiamo ad esempio al caso di Tiziano Ferro, che all’apice della sua carriera ha dichiarato di essere gay. Noi facciamo parte di una società, ma ognuno di noi ha anche un proprio cerchio sociale, persone che staranno sempre accanto a lui. Eduard proviene da un paese in cui l’omosessualità è accettuata legalmente, e quindi è probabile che abbia avuto meno difficoltà a fare coming out, però riesce a capire la difficoltà di Mattia. C’è una scena in cui Eduard dice a Mattia: “Tu ti vergogni, ma non di me: ti vergogni di te stesso”. In quel momento è come se gli dicesse: “Svegliati, fai pace con te stesso e vedrai che sarà tutto molto più facile”. Mattia ovviamente rimane ferito, ma prende consapevolezza vedendo il proprio fidanzato vivere così bene e con una tale tranquillità. Eduard dà a Mattia la forza per fare coming out. Perché farsi delle paranoie, quando venendo allo scoperto si può avere una certezza? Il “se” non serve nella vita, non si può rimanere col dubbio e con l’ansia. Noi esseri umani siamo sempre in preda ai dubbi, ma la felicità nasce da altre cose, nasce dall’amore. È questo che cerchiamo di far capire alla gente con il film: dite tutto quello che non avete detto.

 

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A te invece è mai capitato di provare la stessa ansia vissuta da Mattia nel momento in cui deve fare coming out davanti alla propria famiglia?

Sì, un momento simile l’ho vissuto quando ho deciso di fare l’attore. Papà aveva altri programmi per me: dire “Papà, voglio fare l’attore” è stato peggio che per Mattia dire “Papà, sono gay”. Mio padre non ha capito subito la mia scelta e non ne era contento, aveva un pregiudizio nei confronti del mondo del cinema e del teatro, e io ho dovuto dimostrargli che non era così, ma è stata una fatica. Dire a mio padre che volevo fare l’attore in Italia è stato un atto che ha richiesto molto coraggio, perché avevo paura di perdere il suo appoggio. L’attore è una carriera difficile, come del resto qualsiasi carriera al mondo, e in più andavo in un altro continente. Ma mio padre ha capito che sarei stato felice così e mi ha detto: “Vai!”… e adesso è il primo a postare su facebook le locandine del film. Gli ho dimostrato che fare l’attore mi rende felice, e per questo ci tenevo tanto a recitare in Come non detto: perché la mia situazione era molto simile a quella di Mattia, con la stessa paura di non essere accettato e di rimanere da solo. Qualsiasi sia la tua scelta di vita, sposare un uomo, fare l’attore o fare l’astronauta, qualsiasi cosa bisogna affrontarla.

 

Come hai vissuto la tua prima prova su un set cinematografico? C’è stata una scena particolarmente difficile da girare?

Finora avevo fatto Tv, ma ero abituato ai tempi veloci della fiction: lì giri dieci scene in un giorno, al cinema ne giri una. Era un campo che non avevo mai conosciuto e quindi era tutto difficile. Ho avuto molta difficoltà nella scena in cui non vengo accettato davanti al padre di Mattia. Ho fatto tanta fatica perché dovevo esprimere molti sentimenti tutti insieme: dovevo capire Mattia, ma allo stesso tempo essere arrabbiato, essere deluso… troppe cose in contemporanea. Quel giorno mi sono svegliato nervosissimo pensando: “È arrivata la scena difficile!”. Inoltre in quella scena mi trovavo davanti a Ninni Bruschetta, avevo una grande ansia da prestazione per l’emozione di girare con un attore bravissimo come Ninni. Come non detto è stata un’esperienza unica e indimenticabile, mi sono trovato accanto a persone meravigliose.

 

Guardando al tuo futuro di attore, qual è il tuo sogno nel cassetto?

Vorrei fare tante cose… Mi piacerebbe lavorare con Claudia Llosa, una regista peruviana che è diventata famosa dopo che me ne ero andato dal Perù e che avrei tanta voglia di conoscere! Lei è una regista eccezionale, ha fatto un film bellissimo, Il canto di Paloma, e non a caso è stata candidata all’Oscar, la prima volta per un film peruviano. Mi piacerebbe tornare in Perù per fare un film con lei! Nello specifico, vorrei far parte di un film che cambi la storia del cinema. C’è un film che ho scoperto solo un anno fa, Harold e Maude: un film pazzesco, che ti trasmette una filosofia di vita che vorresti seguire anche tu. Ed è questo che deve arrivare con un film; io vorrei fare un film del genere, un film che ti faccia dire: “Io voglio vivere come vivono loro!”. Adesso si guardano i film più come un intrattenimento, non come un ideale di vita. Quando ho visto Harold e Maude mi sono detto: “Io voglio essere Harold! Anch’io voglio andare in giro a cercare il mio amore di ottant’anni!”. Vorrei recitare in un film che dia questo, che trasmetta allo spettatore la voglia di essere quel personaggio… che ti faccia sognare! Pochi film ti fanno sognare ultimamente, ed è un peccato, perché sognare è la cosa più bella che esista!

 

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Scritto da venerdì 31 agosto 2012
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