Domenica sera, all’Isola del Cinema di Roma, il regista newyorkese di origine israeliana Oren Moverman, sceneggiatore di Io non sono qui e regista di Oltre le regole – The messenger, ha presentato in anteprima esclusiva la sua ultima opera cinematografica, Rampart. Il film, scritto a quattro mani assieme a James Ellroy e magistralmente interpretato da Woody Harrelson, è un autentico noir. Un’opera che seduce lo spettatore attraverso le vicende del suo protagonista: l’agente corrotto Dave Brown, la cui vita piena di eccessi colpisce dritto al cuore. Noi di Filmedvd eravamo lì per intervistare Oren Moverman su questo suo nuovo lavoro cinematografico.

Qual è il genere che più appartiene al film?
Anzitutto non credo che sia un film realista. La verità è che si tratta di molti film messi assieme, nonostante la storia si concentri soprattutto su un uomo che si rifiuta di cambiare. Proprio per questo, noi che lo abbiamo realizzato volevamo costruire la sceneggiatura intorno a Woody Harrelson. In generale, comunque, più che un giallo o un poliziesco classico, Rampart è un dramma domestico, fatto di intimità come di cospirazione politica.
Come si dirigono degli attori così bravi? Si devono fare molte prove o si abbraccia la strada dell’istinto?
La verità è che non li abbiamo mai trattati come delle stelle del cinema. Erano degli esseri umani, li abbiamo trattati così e loro hanno reagito da tali. Tutti quanti dapprima hanno letto la sceneggiatura e hanno voluto immediatamente partecipare. Io pensavo volessero partecipare per me, perché ho diretto un altro ben film, Oltre le regole, e invece ho scoperto che volevano lavorare con Woody. Con questi attori, questo direttore della fotografia e questa produzione in particolare sarebbe dovuto diventare un grande film hollywoodiano, eppure ho avuto una grande libertà come regista indipendente. Ho trovato in questi attori delle persone che volevano partecipare a un progetto dove sono state pagate molto meno del normale e ho avuto indipendenza assoluta, una cosa rarissima negli Stati Uniti. Il montaggio finale è il mio, e non succede mai a un certo livello di film. Nessuno studio avrebbe prodotto questo film, perché anche se all’inizio può sembrare un giallo, alla fine non c’è nessuna storia che rientri nella formula hollywoodiana.
Rampart è un film durissimo. Non c’è un momento di luce: le figlie e le mogli, tutte le persone che incontriamo; questa città tremenda sembra un girone infernale. Non c’è una battuta, uno sguardo in cui s’intraveda una possibilità di salvezza. Qual è la colpa di quest’uomo? Si tratta forse di un ritratto cosciente degli Stati Uniti di oggi?
Per me è un film sul potere dell’uomo. Uno sguardo maschile sul potere, la storia dell’incapacità di reagire, se non in maniera quasi adolescenziale, una volta denunciato questo potere. Potrebbe essere un ritratto del potere in qualsiasi paese.

Nonostante il protagonista sia un uomo tremendo non si riesce a odiarlo, provando piuttosto una certa compassione nei suoi confronti. Quant’è la bravura dell’attore o degli sceneggiatori, in questo caso?
Per me era soprattutto questione di voler finire il film in questo modo, per non etichettare il protagonista ma lasciare ognuno libero di sentirsi come vi siete sentiti dopo averlo visto. È stato un lavoro molto organico e spontaneo. Riscrivevo tutti i giorni la sceneggiatura, lasciando lo spazio necessario all’improvvisazione degli attori. Ma dovevano conoscere molto bene la sceneggiatura prima, per poter inventare dopo.
È vero che la prima volta che Woody Harrelson ha visto il film non è stato molto soddisfatto?
Abbiamo inizialmente realizzato un film della durata di quattro ore perché abbiamo inventato molte scene che non c’erano, avendo questa incredibile libertà per il montaggio. Ho fatto una sorta di scultura di queste quattro ore innestandole nell’ora che io sentivo essere più interessante. Prima ancora che fosse finito il film Woody ha chiesto di vederlo. Ha visto il montaggio finale, dove non c’erano i colori aggiustati: era in uno stato di shock, non riusciva neppure a parlare, e l’ha odiato. Io e lui, che è un mio grandissimo amico, abbiamo avuto subito una conversazione molto dura in cui mi diceva: “Ti amo, ti amo, ma odio il film”. E quando il film è stato presentato a un gran festival, Woody non sapeva perché doveva andare a rappresentare una cosa che non gli piaceva. Ho cercato di convincerlo che è molto difficile per un attore vedersi in ogni immagine del film, in ogni scena. Poi tutti i produttori, Ben Foster compreso, sono riusciti a convincerlo a rivedere il lavoro nello stato finale. Lui è arrivato, si è seduto pensando di continuare a odiarlo, e dopo cinque minuti si è reso conto che non era così male. Alla fine è rimasto solo lui nella sala di proiezione. Io ero seduto in fondo contro la parete, lui è venuto da me, si è inchinato e ha detto che ci vuole un grande uomo per ammettere che si è sbagliato. Ha chiesto scusa ma si è fatto anche un complimento da solo! Abbiamo pianto, e da allora è stato proprio lui il più grande fan del film.
James Ellroy viene considerato un estimatore della polizia di Los Angeles; ha dichiarato al National Review che lo scandalo Rampart è stato gonfiato dai media. Qual è la sua posizione in merito? Perché con questo film sembra discostarsi dal pensiero di Ellroy…
È vero che James ama i poliziotti di L.A., e loro amano James. James è spesso il rappresentante del L.A.P.D., riceve molti premi da loro. Io invece ho uno sguardo decisamente diverso, e si può dire che anche il film sia il prodotto di un grave conflitto tra questi due sguardi. Infatti, la prima sceneggiatura di Ellroy era un modo di prendere in giro i giornalisti che cercavano di distruggere il L.A.P.D. con lo scandalo di Rampart. Ovviamente quando sono arrivato io è cambiato tutto. La verità è che gran parte dello scandalo di Rampart è vero, ma c’è un’altra parte che è stata inventata, e ci sono molti poliziotti che sono stati assolti perché non c’era nessuna prova.
Lei ha iniziato come giornalista. Nel film Io non sono qui, il giornalista interpretato da Bruce Greenwood è considerato la nemesi di Bob Dylan, ma come scrive lei stesso nella sceneggiatura è anche vero che “ci vuole un ladro per prendere un ladro”. Dunque come considera davvero il giornalismo: come una nemesi dell’arte o come qualcosa che in fondo equivale all’artista ed è un po’ l’altra faccia della medaglia?
Questa è una bella domanda, sulla quale bisognerebbe discutere per anni e anni. Necessita di una risposta molto complessa, e visto l’attuale stato del giornalismo nel mondo, la forza di internet col suo giornalismo amatoriale, dove gli standard sono caduti tanto in basso, è difficile rispondere in modo giusto.
Scritto da Eva Barros Campelli giovedì 12 luglio 2012

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