I protagonisti de “I più grandi di tutti” di Carlo Virzì, ovvero i componenti della band Pluto, si ritrovano nella cittadina industriale del litorale tirrenico Rosignano Solvay (in realtà il film è stato girato a Livorno, città natale dei fratelli Virzì), pur non amandosi, figli scoraggiati di vecchie scorie pronte lì per riannodarsi nelle banali liti del quotidiano. Ognuno ha i suoi problemi e le sue pecche: c’è chi come Loris si è addossato un mutuo sposandosi con Simona, da cui ha avuto un figlio; Maurilio fa il barman, mentre Sabrina da trasgressiva petomane sembra essersi accasata con un agente immobiliare, abbracciando ipocritamente la convenzione borghese; infine il più trasgressivo di tutti, il chitarrista Rino Falorni (lo interpreta il vero Rino Falorni), fa l’operaio in una fabbrica e vive ancora a casa col proprio padre che non sopporta più. Ludovico è il giornalista che li ama alla follia e che è costretto a vivere su una sedia a rotelle, proprio a causa di un incidente automobilistico avvenuto al ritorno a casa da un concerto dei Pluto, che il ragazzo seguì ai tempi d’oro della band.Questo genera una sorta di compassione, una compassione poco convinta, ma che cresce con il passare dei giorni. Lo stesso regista, Carlo Virzì, fu cantante e autore del gruppo livornese degli Snaporaz (con cui ha inciso tre album), nonché compositore e assistente per i maggiori film del fratello Paolo, da “Ovosodo” a “La prima cosa bella”. E mette su un complessino-film, un’opera seconda gradevole ma anche “facilona” sul selvaggio e trasgressivo universo del rock, se di rock si può parlare in Italia. Un film che punta sul ritmo, non del montaggio, ma delle azioni dei personaggi, tutti villani, falsi alternativi, come la maggior parte delle band garage-rock del panorama nostrano. “I più grandi di tutti” è un film che mira alla verità del sistema, ad una coscienza reale di una crisi che tocca un po’ tutti, ma senza cogliere nel segno, evitando di andare più del solito in profondità. Ne esce un prodotto medio, pieno di luoghi comuni, banale e platealmente ammiccante. Il personaggio centrale, tal Mao, esprime la propria rabbia interiore cazzeggiando con e sugli altri, fumando in continuazione, criticando tutti i componenti della band, andando a letto con la madre (morta troppo presto) del più professionale e virtuoso chitarrista della band (il pezzo forte del gruppo), vestendosi, per il concerto finale, con giacca e pantaloni da ghepardo plastificato, mentre sul palco si sfoga scimmiottando le sinuose e vertiginose movenze di Iggy Pop, lasciandosi ammirare come modello Frank Zappa, purtroppo per noi solo dal punto di vista estetico.
Se poi anche la copertina del reale album del gruppo dei Pluto, quel “Paraculo” del 1996, risulta essere una sporca imitazione di due LP capisaldi della storia del rock come “Who’s next” degli Who e “Born in the USA” di Bruce Springsteen, allora persino il punto di contatto più intimo con la band stessa diviene timida imitazione, priva di convinzione. Perché questo è il risultato: un film blando e moscio, su tipi fintamente energici, piazzati dentro un meccanismo che basa la sua limitata riuscita dentro i ritmi di un frangente tutto nostro del rock che non c’è più, o meglio, che forse non è mai esistito. Non è rock la musica e non è rock il film. Quindi che senso ha, in funzione dello stato attuale dell’Italia?
Voto dell'autore 2.9/5

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Recensione musicata -
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