Il tempo riesce a cicatrizzare molte ferite, ma quelle inferte negli "anni di piombo" ad una società italiana che usciva in maniera improvvisa dal boom economico degli anni '60 sono ancora sanguinanti. Michele Soavi prende il romanzo omonimo di Massimo Carlotto, "Arrivederci amore, ciao", per raccontare il processo di reinserimento in società di un terrorista "rosso", e cerca di farlo senza lasciarsi trasportare da sentimentalismi e facili approssimazioni.Niente ispirazioni storiche, nessuna ricostruzione più o meno partigiana di "fatti realmente accaduti", tutto è fantasia eppure reale. Giorgio è un uomo violento, un assassino che ha scelto la via della lotta politica armata più per mancanza di valori che per ispirazioni idealistiche, ed è sceso in una spirale di distruzione, inganno e morte che ha rovinato la vita di molte persone ma, in fondo, non la sua. Ed è proprio qui infatti che si può individuare una differenza tra questo film e le produzioni più classiche sul tema del terrorismo politico. In "Arrivederci amore, ciao" non c'è catarsi, non c'è cambiamento, non c'è spazio per il trionfo del bene, non c'è redenzione; e allora suona quasi provocatorio il richiamo iniziale e finale all'idea di riabilitazione (e particolarmente evocativa riesce ad essere l'ultima scena, ma non vi voglio rovinare la sorpresa), che giunge proprio nei momenti in cui Giorgio rivela i suoi lati più oscuri.
Michele Soavi esce dal recinto televisivo (sono sue la fiction su Nassirya e alcuni episodi della serie "Ultimo") e dimostra una certa maturità, affidandosi ad un cast importante e filmando alcune scene di sicuro effetto, ottenendo alla fine un prodotto meritevole di visione. Qualche parola deve poi essere spesa sul cast: Alessio Boni ha dato più volte prova delle sue capacità attoriali ("La meglio gioventù", "Quando sei nato non puoi più nasconderti") e anche in questo caso dà corpo ad un personaggio complesso in cui convivono istinti assassini, violenza e crudeltà, ma che riesce ad essere, comunque, assolutamente umano. Infine non si può non menzionare Michele Placido, qui nella parte di un corrotto ispettore della Digos dal forte accento sardo, capace come suo solito di imporsi sulla scena con forza e credibilità.
Voto dell'autore 3.5/5

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Recensione musicata -
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