Akira Kurosawa è stato, tra i registi dell’Estremo Oriente, certamente il più vicino al canone occidentale, e la sua opera si è sempre nutrita del confronto tra la cultura giapponese e la cultura europea. Quando girò “Il trono di sangue”, Kurosawa aveva già adattato “L’idiota” di Fedor Dostoevskij (1951) e preso spunto da “La morte di Ivan Il'ič” di Lev Tolstoj per portare alla luce uno dei suoi capolavori, “Vivere” (1952). Con le vicende di Taketoki, il maestro giapponese si confronta con il “Macbeth” di William Shakespeare, un altro gigante della letteratura europea, dal quale attingerà nuovamente 28 anni dopo per la produzione di “Ran”, tratto dal “Re Lear”.Conciliando una delle più importanti tragedie del teatro occidentale alla forma espressiva del tradizionale teatro Nô, ne “Il trono di sangue” Kurosawa ha contaminato reciprocamente, con perfetto senso della misura, le culture orientale e occidentale, facendo a meno della straordinaria inventiva linguistica e della sfolgorante poesia del Bardo ma guadagnando in capacità di astrazione e, quindi, in potere evocativo. Per questa rilettura del “Macbeth”, Kurosawa riduce la parola a mero strumento narrativo e si affida maggiormente all’espressività dei suoi attori (tra tutti quella di Toshiro Mifune, l’attore feticcio del regista) e a una geometrizzazione stilizzata dell’inquadratura e dell’interazione dei personaggi con lo spazio, creando in tal modo un’atmosfera di straniamento e di angoscia universale, che esploderà in modo manifesto con la brutale uccisione finale di Taketoki.
Evitando di elencare inutilmente le differenze tra la tragedia shakespeariana e il film, possiamo asserire, senza troppi giri di parole, che “Il trono di sangue” è uno tra i film più sperimentali di Akira Kurosawa, un grande interprete dell’Occidente e uno dei registi più influenti di tutti i tempi.
Voto dell'autore 4.2/5

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