C’è qualcosa di profondamente malinconico nell’immagine di un clown il cui sorriso è piegato in una smorfia di disperazione; così come c’è qualcosa di assolutamente spaventoso in quella di un clown con il volto deformato da un ghigno diabolico. Sono le due facce, opposte e speculari, di Javier (Carlos Areces), il “pagliaccio triste” protagonista del film “Ballata dell’odio e dell’amore”, sceneggiato e diretto dal regista basco Alex de la Iglesia, ex-allievo di Pedro Almodóvar la cui produzione è caratterizzata da un accentuato gusto per il macabro e il grottesco. Attraverso la vicenda di un clown cresciuto durante il regime franchista e confinato ai margini della società de la Iglesia sceglie di alzare il tiro, chiamando in causa quarant’anni di storia della Spagna nel suo periodo più cupo e drammatico.Dopo un sanguinario antefatto ambientato nel 1937, nel pieno della Guerra Civile, il film ci trasporta di colpo nel 1973, al crepuscolo della dittatura di Francisco Franco, per raccontarci uno straziante melodramma incentrato su un classico triangolo di passioni: Javier, pagliaccio triste imprigionato in un corpo grassoccio e sgraziato, coltiva un amore inconfessabile per Natalia (Carolina Bang), la seducente trapezista che plana dall’alto come un angelo, la quale però è fidanzata con Sergio (Antonio de la Torre), pagliaccio allegro che dietro il cerone e le labbra rosso porpora nasconde un’indole brutale e dispotica. Il tormentato sentimento di Javier nei confronti di Natalia – un sentimento che la donna esita a ricambiare – sfocerà inevitabilmente nello scontro all’ultimo sangue fra i due clown, trasformando il film in una fantasmagorica sagra del grand-guignol caratterizzata da efferatezze di ogni tipo. Tale violenza parossistica è declinata secondo un’ottica del tutto postmoderna, che si richiama al gusto splatter tipico del cinema di Quentin Tarantino; il quale sembrerebbe aver apprezzato, dal momento che ha esageratamente ricompensato la pellicola con il Leone d’Argento al Festival di Venezia del 2010.
Quello di de la Iglesia è in realtà un cocktail in cui i più vari ingredienti sono amalgamati con una disinvoltura al limite del kitsch, e in cui il sadismo rispetto ai personaggi è mescolato ad un ferocissimo humor nero. Fra i modelli di riferimento non si possono non individuare “Lo sconosciuto” di Tod Browning e soprattutto “Batman” di Tim Burton (citato palesemente nella scena finale): i due clown assassini, con il viso deturpato e sfregiato, rievocano le “maschere” mostruose del Joker e del Pinguino. Ma l’intento del regista va ben oltre: mettendo in scena un orrore estremizzato al massimo, de la Iglesia vorrebbe alludere alle aberrazioni del potere (in una scena compare addirittura Franco in persona, al quale Javier “azzanna” la mano). Ma il parallelismo fra la parabola di Javier e la storia della Spagna rimane ad un livello piuttosto superficiale, rischiando di ridurre il film ad un esercizio di stile che può suscitare entusiasmo o irritazione, a seconda dei gusti; e in ambito di grottesco e grand-guignol su sfondo circense, un’opera come “Santa sangre” di Alejandro Jodorowsky appare assai più raffinata e suggestiva.
Voto dell'autore 3.5/5

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Recensione musicata -
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