In un mondo ormai pienamente globalizzato, in cui i progressi della tecnologia e della comunicazione ci permettono di entrare in contatto con qualsiasi angolo del mondo, esistono ancora luoghi dominati da regole arcaiche, retaggio di un ancestrale modello di valori basato sulle “leggi del sangue”. Può capitare, ad esempio, che in una piccola città dell’Albania di oggi le antichissime norme del Kanun, un codice legislativo risalente al XV secolo, rendano un’intera famiglia prigioniera fra le pareti della propria casa, in attesa di un “perdono del sangue” che potrebbe anche non arrivare mai. È questa la drammatica realtà descritta dal regista americano Joshua Marston nel film “La faida”, in cui la rivalità fra due clan sarà la causa di un omicidio e di una spirale d’odio che sembra non avere fine.Presentato con successo al Festival di Berlino del 2011, “La faida” ha segnato il ritorno di Marston al cinema a sette anni di distanza dal suo film d’esordio, “Maria full of grace”, dopo un lungo periodo di attività come regista di serie televisive. Sceneggiato da Marston insieme ad Andamion Murataj, “La faida” adotta un registro realistico e minimalista per raccontare una situazione estrema: la prigionia di una famiglia fra le mura domestiche, castigo necessario per espiare la colpa di un padre, Mark (Refet Abazi), colpevole di essersi macchiato le mani di sangue. A fare le spese di questa condanna sono soprattutto i due figli più grandi dell’uomo: Nik (Tristan Halilaj), diciassettenne alle prese con la prima cotta e con i progetti per il proprio futuro dopo la scuola, e la quindicenne Rudina (Sindi Lacej), che deve abbandonare gli studi per prendere il posto del padre come venditrice porta a porta e provvedere da sola al sostentamento dell’intera famiglia.
Il conflitto generazionale diventa così un conflitto in primo luogo culturale fra due mentalità appartenenti ad epoche diverse e drammaticamente lontane. I figli, innocenti delle colpe dei padri ed estranei alla catena di odio fra clan, si ritrovano ad essere vittime impotenti di una tradizione obsoleta, retta su un’autorità patriarcale incapace di garantire una reale giustizia a coloro che vi sono sottoposti. Sapientemente, Marston sceglie di tenere la violenza fuori campo per concentrarsi sullo spazio claustrofobico della casa dei protagonisti e sul senso di solitudine di Nik e Rudina, appena mitigato dalla possibilità di sentirsi vicini ai propri coetanei grazie a quella tecnologia adoperata da milioni di teenager in tutto il mondo (i telefoni cellulari, le videochiamate, perfino Facebook). Fino ad arrivare a quel coraggioso, esasperato atto di ribellione di un ragazzo pronto a rompere le regole secolari dei propri avi, e addirittura a tradire la propria famiglia, pur di conquistare un’agognata libertà e, con essa, la speranza di costruirsi un futuro.
Voto dell'autore 3.8/5

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