Ostacolato nella realizzazione del film dalla censura americana, Stanley Kubrick per girare questo suo "Lolita" dovette abbandonare gli Stati Uniti (non vi fece più ritorno) e trasferirsi in Gran Bretagna. Dal film, sceneggiato dallo stesso autore dell'omonimo testo di riferimento, Vladimir Nabokov, che si guadagnò anche la nomination all'Oscar, in fase di scrittura furono eliminate tutte le esplicite allusioni sessuali, invece presenti nel libro; ma ciononostante, come era prevedibile dato lo scottante argomento della relazione fra un uomo maturo ed una quattordicenne, l'opera fu comunque soggetta a dure critiche. "Lolita" rappresenta nella filmografia kubrickiana un'opera di transizione, in cui il regista da una parte inizia ad esplorare i meandri più oscuri e complessi della psiche umana, però dall'altra sembra interrompere quel proprio percorso di innovatore dei generi cinematografici. Qui la sua mano, seppur certamente presente, non è pesante e la sua regia si limita alla funzione di neutro narratore; ruolo quest'ultimo attuato però con la maestria che lo contraddistingue. Il racconto procede con assoluta linearità salvo che nell'inizio in cui invece, con sorpresa, troviamo già il tragico epilogo di tutta la vicenda, scelta che da subito ci immerge completamente nella storia. Una storia che oscilla tra dramma e commedia nera (il film è ricco di ironia), resoconto cinico del desiderio che diventa ossessione e porta il nostro protagonista, un professore di lettere, all'autodistruzione. I suo comportamenti però non vengono mai messi sotto giudizio dalla pellicola, anzi quasi si prova tenerezza per la sua fine. Nel rapporto tra lui e la piccola Lolita c'è una serie di sentimenti in gioco che a priori non possono essere censurati, la loro relazione mostra tutta la complessità e l'ambiguità che è propria delle relazioni umane e della nostra psiche.
Kubrick e Nabokov non voglio fare chiarezza nella faccenda perché questa non esiste, è un viaggio nella nebbia (che casualmente con la sua comparsa apre il film) dove i contorni sono difficili da delineare, e che ci fa intendere come tutti possiamo essere deboli e meschini. Quello che forse è messo alla berlina è la falsa moralità presente in una certa borghesia americana. Per finire è impossibile non menzionare l'interpretazione di Peter Sellers, eccezionale nel dar vita al commediografo Quilty, dove già mostra il suo istrionismo messo poi in risalto nella successiva collaborazione con Kubrick ne "Il dottor Stranamore".
Voto dell'autore 4.1/5

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Recensione musicata -
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