Senza dubbio "Un posto al sole", diretto da George Stevens e tratto dal romanzo "Una tragedia americana" di Theodore Dreiser, rientra nella categoria dei grandi classici del cinema; e non solo per la qualità intrinseca del film, di cui i sei premi Oscar vinti dovrebbero essere una prova sufficiente, ma anche per una serie di scelte stilistiche e di sceneggiatura che rendono la pellicola di Stevens l'esempio più classico di quello che significava fare film nella Hollywood degli anni '50.La storia raccontata nel film sarebbe oggi poco credibile quanto allora era attuale; e se qualche critica può essere mossa, con i nostri occhi abituati ad una modernità quanto mai complicata, per la rappresentazione semplicistica di una società americana in cui solo i poveri e ambiziosi come George vengono irrimediabilmente risucchiati in una spirale d'errori e di violenza (dalla quale invece restano immuni i ricchi e aristocratici come la famiglia Eastman & Co), davvero non ci si può mettere nella posizione di chiedere ad un film di questo tipo di avere anche solo un seme di denuncia sociale.
Dunque, non ci resta che sedersi davanti al televisore ed ammirare la radiosa bellezza e la bravura di una Elizabeth Taylor allora ventenne, l'umile e convincente interpretazione di Shelley Winters e la magistrale prova di Montgomery Clift. Il tutto all'ombra di una sceneggiatura maestosa nella sua semplicità, con una storia che si dipana senza intralci o punti morti, senza mai provocare nello spettatore la minima sensazione d'artificio o di un deus-ex-machina che sbuca fuori per mutare completamente l'esito di un'azione che sembrava scontata. "Un posto al sole" è un grande classico che sicuramente nessun appassionato di cinema dovrebbe farsi sfuggire, se non altro per capire quanta bellezza possa esserci nella semplicità.
Voto dell'autore 4/5

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