Ambientato sulle affascinanti montagne innevate tra le steppe svizzere dell’area francese, questo melò a tema fantascientifico diretto da Kike Maíllo, “Eva”, pone il più classico dei quesiti del genere, da sempre utilizzato per richiamare alla mente mondi e universi paralleli, utopistici o distopici, ovvero se è possibile affezionarsi a qualcuno pur sapendo che si tratta di un robot, e quindi di una finzione. Ma ancora, approssimandosi sotto la superficie delle cose, se è rischioso concedere la libertà – la vera libertà – a un robot, e se non è molto meglio innestare in esso un supporto tecnologico di controllo, sia a livello pratico che emotivo.All’interno di una filmografia spagnola sempre più portata agli horror raccapriccianti o ai thriller psicologici indipendenti, il futuro di questo “Eva” si inserisce in maniera piuttosto neutrale e a tratti ottimistica. Lo sfondo scenografico cui dà vita il regista esordiente Kike Maíllo è difatti ecofuturista, mai completamente innovativo o high-tech, bensì carico di un’emozionalità retrò a se stante; uno sfondo sul quale gli abitanti conservano gli oggetti del passato per collocarli subito accanto al prototipo di un cane-robot, e dove gli androidi destinati al lavoro di cameriere serbano un’eccezionale attaccamento ai modi gentili e forse un po’ inglesi dei servitori di un tempo. L’intera estetica del film, in effetti, è la premessa, nonché la mantenuta promessa, di una sostanziale mistura fredda ed emotiva al centro della quale si muovono i tre personaggi principali di Alex, David e Lana, partecipi di un triangolo amoroso non ben definito ma senz’altro avvertibile nell’aria.
In tale contesto, molte scelte di David e Lana in particolare non verranno spiegate, e le uniche due psicologie davvero trasparenti resteranno quelle dei personaggi di Alex ed Eva, vittime e al contempo corresponsabili di un finale rivelatore e struggente nella sua paradossale semplicità. Daniel Brühl, Alberto Ammann e Marta Etura trovano qui immediatamente la complicità degli adulti, mentre la piccola e debuttante Claudia Vega riesce a inserirsi con una co-protagonista bambina decisamente atipica, e che tanto ricorda quella conclusione / verità dolceamara di “Apri gli occhi” di Alejandro Amenábar (non è forse un caso se la formula usata in “Eva” per spegnere definitivamente un robot è “Che cosa vedi quando chiudi gli occhi?”): si vorrebbe trattenerla stretta a sé per la maggior parte del tempo, e però si comprende bene come e perché bisognerebbe invece lasciarla andar via.
Voto dell'autore 3.5/5

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