Dove arriveranno le ricerche della tecnologia in questo mondo, dove gli umani sono più che mai vicini all’essere considerati degli automi o degli androidi prospettati per comportarsi da automi? Non saprebbe cosa pensare del resto il protagonista del film “Souce Code”, diretto da Duncan Jones: il capitano Colter Stevens, che dalla guerra porta con sé una grossa ferita, non rimarginabile, e un cervello impazzito in balia dei marchingegni e del controllo totale di macchinari progettati dallo Stato per tentare di risolvere i problemi di una diatriba infinita con il terrorismo. Se una cosa del genere fosse stata inventata in tempo probabilmente si sarebbe sventato l’attacco alle Twin Towers.Colter, interpretato da un Jake Gyllenhaal in costante crescita attoriale, intenso e convincente come le altre volte in cui ha dovuto sostenere la responsabilità di grandi script e di grandi regie (vedi su tutti “Zodiac” e “Brokeback Mountain”), è la vittima predestinata del rivoluzionario esperimento che, come tutte le cose appena inventate, non si può totalmente controllare né tantomeno padroneggiare con disinvoltura, come invece si convince di poter fare Walter Rutledge (Jeffrey Wright, un altro attore strepitoso), mettendo a dura prova anche la pazienza della fascinosa ed apparentemente fredda e razionale Colleen Goodwin (Vera Farmiga, ora bruna e bravissima nell’esprimere le contrastanti sensazioni solo con il volto), capitano dell’Air Force One e tramite tra Colter e Walter. Ma c’è un amore in prospettiva per Colter: la bella e seducente Christina (interpretata da Michelle Monaghan), che potrà allietargli il lungo viaggio all’interno di un vasto treno che cela grandi insidie, intorno all’arduo percorso degli indizi e degli ammiccamenti, dei sobbalzi e dei dubbi, del viaggio e dei ritorni, degli andirivieni senza salite né discese, del lungo corridoio e del bagno che cela un segreto.
In mezzo a tutto ciò, all’interno di questo rocambolesco ed adrenalinico viaggio in assiduo braccetto con la morte (il film mantiene praticamente per tutta la durata una tensione pazzesca e persino anomala nel suo stratificarsi fra i sensi e le vedute di sorta), c’è lo spettacolo, più vasto rispetto a “Moon” (che pure era un notevole esordio), del giovane regista Duncan Jones, al suo secondo film, ormai sicuro innovatore della fantascienza, uno dei pochi registi autoriali che si prodigano nel cinema di genere (poco diffuso a livello mondiale). “Source Code” stratifica, ripete, dissesta, sconquassa, infierisce sugli occhi e sulla mente, ritorna su se stesso evitando di avvitarsi, poi si espande e fa il botto, esplosivo e visivo. Strizza l’occhio ad “Inception” senza stringergli la mano. Si congiunge alla claustrofobia, alla moltiplicazione dei corpi e degli elementi affine a “Moon”, ma con un occhio di riguardo al prodotto mainstream, con la differenza che nel primo caso erano stati utilizzati solo 5 milioni di dollari. Così poco da sfiorare il capolavoro.
Voto dell'autore 4.1/5

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Recensione musicata -
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