Nella Hollywood degli Anni ’40, basata su rigide convenzioni stilistiche e su modalità di narrazione codificate in maniera ferrea, furono realizzati tuttavia alcuni film che introdussero delle innovazioni straordinarie, e non solo per l’epoca. Uno di questi è indubbiamente il noir “La fuga”, trasposizione cinematografica del romanzo “Giungla umana” di David Goodis ad opera del regista e sceneggiatore Delmer Daves. Il peculiare espediente adottato da Daves fu quello di girare i primi 30 minuti del film interamente in soggettiva, facendo sì che il punto di vista dello spettatore aderisse a quello della macchina da presa, e favorendo di conseguenza l’identificazione del pubblico con il protagonista Vincent Parry, un galeotto evaso dal carcere e ricercato dalla polizia.Per più di mezz’ora, dunque, Daves fornisce una prova di magistrale virtuosismo registico, utilizzando una tecnica che, a Hollywood, era stata sperimentata soltanto pochi mesi prima (e con assai meno successo) per un’altra pellicola noir, “Una donna nel lago” di Robert Montgomery. Nel caso de “La fuga”, la lunghissima soggettiva iniziale non soltanto ha l’obiettivo di intensificare il coinvolgimento degli spettatori, ma risponde ad una precisa esigenza narrativa: Vincent Parry, infatti, è costretto a sottoporsi ad un’operazione di chirurgia plastica per cambiare i propri connotati e poter così sfuggire alla caccia all’uomo scatenata contro di lui. Nella parte centrale del film il protagonista compare sullo schermo ma con la faccia coperta dalle bende, e dovrà passare un’intera ora prima che il pubblico possa vedere per la prima volta il suo “nuovo” volto, vale a dire quello dell’attore Humphrey Bogart.
La coraggiosa scommessa di Daves, che osò “nascondere” una star come Bogart per più di metà film, alla resa dei conti risultò però una scelta vincente: “La fuga” si presenta infatti come uno dei più formidabili esempi del genere noir, tanto in virtù della sua sorprendente impronta registica, quanto per la capacità di costruire una torbida atmosfera metropolitana intorno alle strade di San Francisco. L’opera di Daves riesce a tenere il pubblico con il fiato sospeso anche grazie ad una trama avvincente, in cui non mancano i colpi di scena, e soprattutto all’apporto di un cast azzeccatissimo: al fianco di Bogart troviamo per la terza volta sua moglie, l’affascinante ventiduenne Lauren Bacall (la coppia aveva da poco interpretato il capolavoro nero di Howard Hawks “Il grande sonno”), oltre ad un’eccezionale caratterista quale Agnes Moorehead, in grado di rubare la scena perfino a Bogey.
Voto dell'autore 4.0/5

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Recensione musicata -
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