Michael Clayton è un funzionario di uno studio legale; non è un avvocato, è piuttosto un "tuttofare", scaltro ed esperto, capace di mediare e risolvere le controversie, suggerire movimenti e strategie agli altri avvocati. E' un uomo infelice; accumula debiti nelle bische di gioco d'azzardo, è divorziato, cinico e deluso.
Scritto e diretto da Tony Gilroy, al suo primo lavoro, prodotto con l'aiuto illustre di Sydney Pollack (anche attore) e Steven Soderbergh, “Michael Clayton” è un legal-thriller di ambientazione metropolitana, girato prevalentemente di notte (per sfruttare la suggestione da cartolina dei grattacieli illuminati di sera, presumo), con un bravo George Clooney che si conferma attore di spessore, a suo agio in un personaggio deluso dalla vita e appesantito dal cinismo dell'ambiente in cui ha scelto di vivere. Messa da parte la bravura di Clooney, però, i pregi finiscono: per il resto, infatti, la pellicola è decisamente scadente, confusa ed approssimativa.
La regia, in primo luogo, è sconsolante: da manuale di pubblicità, pedissequamente giocata sui contrasti tra messa a fuoco degli elementi in primo piano e tenuta fuori fuoco dello sfondo (può funzionare per un barattolo di ragù, ma in un film andrebbe usata con parsimonia). La ripetizione pedante di questo meccanismo si rivolta abbastanza presto contro il film, che diventa una specie di montaggio di singole inquadrature descrittive (perchè questa è la funzione della messa a fuoco contro il fuori fuoco di sfondo) di oggetti isolati dal contesto. Forse Gilroy non si è posto il problema, ma questa scelta, apparentemente solo estetica, si riflette sull'ordine e la coerenza narrativa del racconto: la percezione dei personaggi e delle situazioni risulta a lungo andare "sfalsata" da questo meccanismo, di cui il regista abusa a mani basse (non si vede un'inquadratura di Clayton in città in cui si distingua con la stessa nitidezza anche lo sfondo; Welles si rivolterebbe nella tomba). Un thriller fortemente legato alla coerenza della trama, in questo caso abbastanza complessa - forse fin troppo, ci tornerò più avanti - avrebbe forse avuto bisogno di una regia più attenta al ritmo complessivo e meno alla bellezza estetica delle singole parti. Gilroy si cura di girare inquadrature suggestive, patinate, "pubblicitarie" appunto: è meno accorto nel mantenere ordinata la narrazione, nel costruire le scene pensandole costantemente in relazione alle altre e al soggetto globale dell'opera. Il risultato, a livello registico, è un film che oscilla a mio avviso tra un buon ritmo in alcuni passaggi, bruscamente spezzato da divagazioni incoerenti quando non inutili in altri, e da rallentamenti improvvisi e inspiegabili.
La trama è l'altro grande neo del film, e ne rappresenta un ulteriore cedimento. Non si capisce perchè Gilroy abbia scelto di condire la sceneggiatura, basata su un'idea narrativa abbastanza semplice, con una serie di deviazioni, di ramificazioni che non solo sono poco o per nulla giustificate, ma che il regista stesso non si cura nemmeno di portare fino a fondo, né di inserire in modo adeguato nella storia. Tutto il lato della "crisi mistica", professionale, psicologia e via dicendo, del collega di Clayton è buttato quasi a casaccio nel film, tratteggiato con noia ed approssimazione (ed infatti l'attore che lo interpreta ha un'aria abbastanza spaesata); c'è di mezzo un libro fantasy di cui non si capisce il contenuto né quindi la ragione d'essere nel film - era sufficiente la coscienza dell'avvocato a fornire un motivo per fare "impazzire" il personaggio, non si vede il motivo di inserire un vago riferimento trascendentale (che Gilroy stesso, non avendolo nemmeno illustrato con chiarezza, abbandona); tutto il versante più tecnicamente finanziario / industriale, poi, è raccontato male e con imprecisione; ci si mette un'ora a capire che lavoro faccia Clayton, che rapporti intercorrano tra lui, lo studio legale in cui lavora e la multinazionale. Dulcis in fundo, la maniera in cui Gilroy fa in modo che Clayton si salvi da un attentato ai suoi danni è disarmante, ridicolo e incollato con la saliva al resto del film. In conclusione: se avete sei o sette euro che vi ballano nelle tasche, meglio una pizza.
|
Scritta da Gianluca Attoli lunedì 15 ottobre 2007, letta 10667 volte
|
|