Il genere western ha dato svariate volte occasione ai registi di indagare sulla natura umana con grande profondità, grazie a un contesto storico contraddistinto da ordine e legge precari e grezze forme di civilizzazione. Difatti è in uno spazio dove gli istinti più bassi trovavano pochi freni inibitori che l’indagine sui comportamenti umani si fa più interessante e cruda. Un lucido esempio è questo “Alba fatale” del 1943 diretto da William A. Wellman, tratto dal romanzo “The ox-bow incident” di Walter Van Tilburg Clark, che attraverso una esemplare vicenda mette in luce la grande pericolosità della giustizia fai da te e l’ancor maggiore pericolosità dell’indifferenza degli individui.Wellman, infatti, attraverso il suo asciutto ritratto dei protagonisti mette tutti sullo stesso piano: sia il partito dei forcaioli, accecati da una sete di vendetta verso i ladri che non giustifica il loro gravissimo errore, sia quello dei garantisti, certo animati da buona volontà ma soggiogati da una maggioranza democratica oltremodo giustizialista. Col senno di poi diventa facile biasimare sia gli uni che gli altri, ma non è questo lo scopo della storia, quanto piuttosto mettere in luce le debolezze che si porta da sempre dietro l’uomo, e che vengono a galla soprattutto in una società incapace di tutelare le minoranze (siamo in piena seconda guerra mondiale, con l’ombra del fascismo in mezza Europa).
Con “Alba fatale” inizia il western cosiddetto “realista”, che smonta il mito della frontiera, sostituendo gli eroi con la pistola con semplici esseri umani. Fra questi brilla la stella di Henry Fonda, che curiosamente qualche anno più tardi sarà l’uomo che salverà un possibile innocente dalla morte nel cult “La parola ai giurati” di Sidney Lumet. Qui purtroppo non riesce nell’impresa, e l’alba che inonda i fotogrammi del film non è solo fatale, ma tragica ed inspiegabile come un brutto sogno. Nomination all’Oscar come miglior film.
Voto dell'autore 4.4/5

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