John Ford ci porta con il suo penultimo western, “L'uomo che uccise Liberty Valance”, in un luogo “dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda”, dove è difficile trovare una moralità in cui incarnarsi, dove non si trovano buoni e cattivi, alla ricerca vana di un personaggio in cui immedesimarsi. Si tratta di un film crepuscolare che stravolge le caratteristiche del genere, un western in cui la pistola lascia spazio ed eredità alla parola (media e avvocati).I tratti del western sono completamente ribaltati: alle grandi distese esterne si sostituisce un’ambientazione quasi esclusivamente tra le pareti di una cucina e di un ristorante, il solo duello di tutto il film avviene tra uno con un grembiule e uno con la pistola piccola piccola, persino i dialoghi sono numerosi e onnipresenti ed è tutto un lungo flashback (insolito). Eccezionali le figure di contorno, divertenti e intelligenti, tra cui spicca l’afroamericano schiavizzato Pompeo che non ricorda la costituzione. John Wayne interpreta il suo solito personaggio, ma nella “civiltà” che avanza non può trovare spazio, rinuncia ai suoi connotati eroici e finisce sconfitto come il suo rivale Liberty Valance: sono entrambi canti del cigno di un mondo in estinzione.
I dialoghi frizzanti colpiscono nel segno e le numerose sfumature sembrano coinvolgere anche il bel bianco e nero di William H. Clothier, che ben supporta una storia del West (e quindi dell’America) in cui l’arrivo della democrazia ingloba le radici della violenza tramutandole in parole e talvolta, come per Ransom Stoddard, in bugie. Che “Liberty Valance” sia la “Libertà (ingenua) della violenza” in contrapposizione nostalgica con i cinici e falsi tempi nuovi? Molto Clint Eastwood parte proprio da questo film.
Voto dell'autore 4.4/5

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Recensione musicata -
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